Un Posto al Sole: un racconto lungo 30 anni da Vilfredo Chicco Agnese
Un Posto al Sole: un racconto lungo 30 anni.
Trent’anni fa, a Napoli, la Rai decise di scommettere su una cosa che allora sembrava quasi un’eresia: produrre una soap opera italiana, cinque episodi alla settimana, raccontando dentro la fiction anche il Paese che cambiava. Nasceva così Un posto al sole, destinato a diventare uno dei prodotti più longevi e riconoscibili della televisione italiana e, ancora oggi, uno dei punti di forza di Rai3.
Per capire la peculiarità di questa impresa bisogna tornare alle origini, quando Un posto al sole era soltanto un ambizioso progetto sulla carta. E soprattutto bisogna tornare all’intuizione di un giovane produttore, Giovanni Minoli, e al suo incontro con alcuni brillanti manager della Grundy Television, la società australiana di produzione televisiva nota per il successo della famosa serie tv Neighbours (Vicini).
A conquistare Minoli fu innanzitutto il modello produttivo della Grundy. Cinque episodi la settimana, realizzati attraverso quattro linee di produzione che si alternavano nelle diverse fasi del lavoro: un meccanismo pensato per garantire una straordinaria velocità di produzione, senza mai interrompere il racconto. Una macchina proprio per questo capace di intercettare l’attualità: gli avvenimenti più significativi della cronaca e le trasformazioni sociali e culturali del Paese potevano entrare nella narrazione a poche settimane dalla loro comparsa nella realtà.
E fu proprio questo rapporto stretto con la realtà sociale a suggerire a Minoli qualcosa di più di una semplice soap opera, un romanzo popolare capace di raccontare attraverso le vicende dei suoi personaggi le dinamiche, le contraddizioni e i cambiamenti dell’Italia contemporanea: «Tratto distintivo di Un Posto al Sole è da sempre la forte aderenza al sociale. Per promuovere la soap l’allora responsabile marketing, Chicco Agnese, coniò il fortunato slogan “Un Posto al Sole è come la vita”. Minoli fortemente deciso a dare un’impronta sociale al progetto mise in piedi una squadra di professionisti della comunicazione nel sociale, composta tra gli altri da giornalisti e ricercatori del Censis» (Citazione dal Blog dell’opinionista televisivo Davide Maggio: “Un Posto al Sole festeggia 5000 puntate – Le curiosità che forse non sapevi”).
Il progetto aveva anche un altro ambizioso obiettivo, quello di acquisire gradualmente il know-how della Grundy per arrivare, nel tempo, a una produzione interamente gestita dalla Rai. E qui entra in gioco la città di Napoli.
La scelta del Centro di produzione Rai partenopeo non fu casuale. Era l’occasione per rilanciare una realtà produttiva importante, che allora era in difficoltà e a rischio di cessione. Un progetto visionario che rispondeva all’appello di Elvira Sellerio, donna e manager del sud dell’Italia di grande sensibilità, che nel suo breve ma significativo passaggio come consigliere d’amministrazione della Rai, tra il 1993 e il 1994, si era battuta con determinazione per salvaguardare il prestigioso Centro di Napoli e il futuro dei suoi lavoratori.
Per trasformare quell’idea in realtà bisognava, però, superare molti ostacoli. La Rai di allora era ancora fortemente “Romanocentrica” e quel modello produttivo, importato dall’Australia, metteva in discussione abitudini consolidate, organizzazione del lavoro e ferrei accordi sindacali.
Per superare i tanti ostacoli che la Rai di allora poneva al progetto, ci vollero la determinazione e l’intuito di un televisionista come Giovanni Minoli, la ferma volontà dei suoi stretti collaboratori e l’illuminato sostegno di alcuni dirigenti del Centro di Napoli, decisi ad accettare la sfida di un nuovo modo di produrre fiction e per di più in periferia, a Napoli, e come evidenziò il saggista Carlo Macchitella, anche «l’autorevolezza d’intellettuali come Alberto Abruzzese e Michele Pisanti, impegnati nella scrittura del “trattamentone” con arco narrativo della prima versione “napoletana”». (citazione da Schermo&Schermo, L’esempio di Un posto al sole, 17 ottobre 2016).
Una volta ottenuto il via libera al progetto, iniziò il confronto con la realtà operativa del modello produttivo australiano. Il sistema Grundy prevedeva ritmi, turni e modalità di lavoro molto diversi da quelli previsti dagli accordi sindacali della Rai. Furono necessarie ore e ore di discussioni per arrivare a un’intesa destinata, in qualche modo, a cambiare le regole del gioco e a rivoluzionare i turni di lavoro.
Un accordo minuzioso, capace di disciplinare in pratica ogni aspetto, ogni dettaglio dell’attività produttiva. Persino la pausa caffè.
All’inizio gli australiani la consideravano una perdita di tempo, un’interruzione inutile della catena produttiva. Poi cambiarono idea e capirono l’importanza socializzante del rito della tazzulilla.
Era un piccolo dettaglio, ma raccontava già molto di quello che sarebbe diventato Un posto al sole: un modello produttivo importato dall’altra parte del mondo che, una volta arrivato a Napoli, avrebbe inevitabilmente finito per assumere un’identità tutta italiana.
I manager della Grundy rimasero ammirati per le qualità professionali dei tecnici napoletani, e presto l’incontro sul set di due culture, apparentemente così lontane, diventò un fattore del successo: una contaminazione creativa che Napoli, con la sua straordinaria capacità di accogliere, rielaborare e reinventare linguaggi, sa fare come poche altre città.
Anche la scrittura era impostata in modo innovativo: “Un gruppo di sceneggiatori e dialoghisti, una trentina circa, con la supervisione di due head story liners (allora) australiani, scrivono le storie in corso d’opera“ (citazione dal Notiziario Rai n.129 del 14 ottobre 1996).
Ma le difficoltà non erano finite. Anzi, proprio quando la macchina era ormai avviata, si palesò un nuovo ostacolo: la Rai cambiava i suoi equilibri interni.
Un posto al sole era nato quando Giovanni Minoli era direttore della struttura Format (laboratorio di nuovi programmi televisivi) ed era stato pensato per la fascia del primo pomeriggio di Raidue (intorno alle 13.45), la striscia in cui, dal lunedì al venerdì, la rete concentrava la sua offerta di soap americane, da “Quando si ama” a “Santa Barbara”, collocazione originaria anche dell’immortale Beautifull.
Era uno slot coerente con il nuovo prodotto: un racconto quotidiano, capace di inserirsi nel solco di un genere che il pubblico televisivo di Raidue conosceva e seguiva già da anni.


Il 15 agosto 1996, quando Un posto al sole era pronto per andare in onda, arrivò la svolta. Minoli lasciò Format per assumere la direzione di Raitre.
Il destino della soap, a quel punto, sembrava improvvisamente appeso a un filo.
Con il trasferimento di Minoli c’era il rischio che la gestione del progetto rimanesse senza il suo principale sostenitore, proprio alla vigilia del debutto.
Minoli fece allora un’altra scelta coraggiosa: portare Un posto al sole con sé a Raitre. Il che pose immediatamente il problema della sua collocazione.
Raitre non aveva una vera e propria offerta strutturata nel daytime e non disponeva quindi di uno spazio naturale per una soap quotidiana. Bisognava inventare una collocazione e, soprattutto, costruire un pubblico.
La sola collocazione possibile su Raitre ci sembrò, allora, quella delle 18.30, prima del Tg3. Una scelta apparentemente improbabile per una soap, che scommetteva tutto sulla capacità di intercettare il pubblico che si sintonizzava sulla rete in attesa del telegiornale, per conquistarlo e fidelizzarlo, giorno dopo giorno, in quei pochi minuti di attesa.
Era una scommessa nel senso più pieno del termine. Raitre non aveva una tradizione di soap, non aveva un pubblico abituato a quel genere televisivo. Un posto al sole doveva conquistarsi tutto: lo spazio, il pubblico e persino una legittimazione all’interno della stessa Rai.
L’inizio fu tutto in salita, lo ricorda bene il blog dell’opinionista televisivo Davide Maggio (“Un Posto al Sole festeggia 5000 puntate – Le curiosità che forse non sapevi”, di Salvatore Cau): «Nei primi mesi di programmazione, a causa dei bassi ascolti ottenuti, Un Posto al Sole rischiò più volte la chiusura. Nell’estate del 1997 (dal 27 luglio al 31 agosto) nel tentativo di intercettare nuovo pubblico vennero proposte alla domenica in prima serata delle puntate della durata di 100 minuti, che però ottennero appena l’11% di share».
Ciononostante, Minoli non si arrese, convinto che il tempo avrebbe giocato a suo favore. E così fu. Partito da uno share dell’8%, Un posto al sole cominciò a crescere progressivamente, fino a toccare punte del 25%.
Furono questi risultati, sia in termini di share sia di ascolto assoluto, con oltre due milioni di spettatori fedeli e un largo consenso diffuso, a convincerci che fosse arrivato il momento per una nuova scommessa. Nell’estate del 1999 decidemmo il grande passo: spostare Un posto al sole alle 20.30, nel cosiddetto access prime time, la fascia auditel più preziosa e strategica.
Fu una scommessa vinta. E non soltanto nell’immediato: il successo si è consolidato nel tempo, fino a fare di Un posto al sole un appuntamento storico della televisione italiana. Un’impresa la cui portata è ben descritta dalle parole del citato articolo di Carlo Macchitella: “E’ Il successo di un prodotto che ha visto esordire registi come Muccino, Sollima, Gaudino, attori approdati sul grande schermo, decine e decine di professionalità tecniche (direttori della fotografia, scenografi, montatori ecc..) che stabilmente ormai lavorano per cinema e tv. A dimostrazione che la sfida di “Un posto al sole” non era solo editoriale o produttiva, ma industriale e rappresentava (e rappresenta) il vero e unico modo con cui una realtà televisiva come la Rai può fare istruzione: coniugare la formazione professionale di decine e decine di giovani specializzati o specializzandi nelle più diverse realtà di competenza (dalla regia al montaggio passando per fotografi, fonici, attori ecc.) a una sfida produttiva saldamente ancorata al territorio e alla logica industriale”.
Dunque un’impresa anche “industriale”, con un significativo impatto economico e occupazionale, che l'11 aprile 2024 è valsa al suo ideatore Giovanni Minoli la cittadinanza onoraria di Napoli, per aver saputo "snocciolare lo spirito dei tempi", cogliendo l'evoluzione culturale e sociale del Paese e di Napoli.
Sono le parole dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco pronunciate in quell’occasione nella sua laudatio ufficiale.
Vilfredo Chicco Agnese
Vilfredo Chicco Agnese Journalist and broadcast media consultant, promoter of cultural events. Esperto in comunicazione televisiva. Ex direttore palinsesti Rai. Ex vicedirettore di Raitre (Minoli, Pinto, Ruffini)


La vicenda si svolge nella Sicilia agrigentina della fine degli anni Ottanta, attraversata dagli scontri tra Cosa Nostra e nuove organizzazioni criminali. Livatino è un magistrato giovane, riservato e rigoroso, consapevole che per contrastare la mafia non bastano le condanne: occorre colpirne anche i patrimoni, gli interessi economici e il controllo del territorio.
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La Carta si fonda su cinque principi: «La libertà si governa. La persona è il fine. Il merito è equità. La fiducia si costruisce. Il futuro si guida». Valori che si traducono in un impegno concreto per il rispetto delle regole, la valorizzazione delle persone, la trasparenza dei criteri di merito e l’investimento nella formazione.












