Approfondimento su ricongiunzione contributiva onerosa

Ricongiunzioni, sistema perverso che fa pagare due volte i contributi

Ricongiunzione onerosa, totalizzazione e cumulo gratuiti: tutti istituti che penalizzano i lavoratori che hanno percorsi di carriera in differenti settori di lavoro, sono costretti dalla legge a versare i contributi in due o più diverse gestioni,  e sono poi sottoposti a pagamenti fuori misura o a requisiti restrittivi che rendono difficile avere la giusta pensione. Il Parlamento dovrà introdurre nuove e migliori regole. Un breve excursus sull’intrigata materia.

Il filo spinato che fino a oggi protegge dagli assalti la cittadella della “ricongiunzione”  sta per essere tranciato. O perlomeno è questa la spinta che proviene dalle forze sociali dopo i tanti anni di protesta dei lavoratori che hanno sempre manifestato il loro disagio (economico e sociale) verso un pedaggio pesantissimo da pagare  per traslocare i versamenti contributivi da una gestione all’altra, da una cassa a un fondo, da un sistema pubblico a quello privatistico e viceversa.

 

Cittadelle chiuse. Non a caso Federmanager  ha sempre sottolineato come il ticket di pagamento chiesto a chi vuole ricongiungere spezzoni contributivi sia un sistema da rivedere e liberalizzare.  E’ incredibile: il sistema, strutturatosi per decenni, ha esaltato la creazione di  vari Fondi di previdenza, in ciò spinto dalle forze sociali più “forti”, in aggiunta a quello di base gestito da Inps nel settore privato,  e poi ha negato la circolarità delle posizioni assicurative se non al costo di un biglietto di ingresso oneroso e odioso.

Il sistema previdenziale ancora oggi è un “piccolo mondo antico”, una serie di cittadelle dalle quali, una volta entrati, è difficile uscire.  Detta in parole povere: chi cambia lavoro per motivi di mercato e/o di carriera deve pagare quantomeno due volte la contribuzione.

Trentasei anni fa. Tralasciando alcune normative settoriali di vantaggio (quella dei giornalisti che risale alla legge Vigorelli del 1955, quella che gratuitamente – legge 322/1058 – permetteva di trasferire i contributi pubblici nell’Inps, quella sulla contribuzione comunitaria e dei paesi legati all’Italia da convenzioni bilaterali, ecc.) la prima volta che si affronta il problema si rinviene nella legge 29 del 7 febbraio 1979 di trentasei anni fa.  Con essa si permette ai lavoratori pubblici e privati (no ai liberi professionisti) di portare i contributi di qui e di là, da una parte a un’altra, a seconda delle esigenze e necessità lavorative. Ma il riconoscimento, come al solito, diventa l’occasione per fare cassa: chi porta i contributi in un fondo diverso dal Fondo pensioni lavoratori dipendenti Inps deve pagare. Vale a dire: una persona ha pagato i contributi secondo la legge, poi  deve spostarli in un altro fondo e gli si impone incredibilmente di rimettere le mani in tasca.

Riserva matematica. E quanto deve pagare? Secondo il linguaggio dei giovani d’oggi, una “cifra”!  Deve sottostare al pagamento di una riserva matematica, la stessa richiesta alle aziende che evadono i contributi, con l’unico sollievo che il conto finale viene ridotto del 50%. Insomma: chi chiede la ricongiunzione è trattato da evasore a metà! Restano fuori dal provvedimento i liberi professionisti iscritte alle Casse di categoria (avvocati, ingegneri, medici, dottori commercialisti, ecc.), ma nel 1990 il buon legislatore pensa anche a loro e con la legge 45 del 5 marzo crea il “trasloco” anche per loro. Ma – quasi preoccupato di avere preso una decisione troppo spinta e generosa -  toglie la riduzione del 50%. Risultato? Per ricongiungere i conti previdenziali gli interessati si sentono sparare cifre superiori ai 100 mila euro, con punte fino a 400 mila. Una assurdità.

Gestione separata. E per completare l’inganno la legge 122 del 2010 costringe al pagamento anche il trasloco delle posizioni assicurative dal mondo del pubblico impiego all’Inps, mettendo in un mare di guai soprattutto le donne che non riescono a maturare il diritto a pensione da una parte  ma  lo possono maturare dall’altra (cioè nell’Inps) avendo precedenti spezzoni di lavoro nel settore privato.

Un trattamento davvero pessimo viene riservato infine ai collaboratori coordinati e continuativi che per il mondo previdenziale “nascono” nell’anno 1996, ma che vengono immediatamente chiusi a chiave in un ghetto, dal quale non possono uscire non potendo riunificare la contribuzione versata alla gestione separata con quella da lavoro dipendente o autonomo, se non portando questa seconda dentro la prima, in tal modo deprezzandola.

Totalizzazione. Il sistema della ricongiunzione viene intanto addolcito da due nuovi meccanismi: la totalizzazione e il cumulo.  La prima nasce con il decreto legislativo 42/2006: è gratuita, riconosce i diritti anche agli iscritti alla gestione separata,  e consente finalmente ai lavoratori che hanno svolto più lavori e contribuito in due o più fondi differenti di avere una pensione unica.  Ma anche stavolta il lupo perde solo il pelo. E infatti anche stavolta viene chiesto un pagamento, non in forma di prelievo diretto dalle tasche degli interessati, ma sotto forma di imporre il calcolo contributivo della pensione risultante dall’unione delle contribuzioni, e di richiedere requisiti anagrafici e contributivi che rendono meno agevole ottenere le prestazioni.

Cumulo. Il secondo nasce con la legge  228 del 24 dicembre 2012. Il cumulo diventa l’intervento più “liberale” rispetto agli altri, ma fino a un certo punto. Innanzi tutto esso è valido solo per ottenere la pensione di vecchiaia e non anche quella  anticipata (ex anzianità) ed esclude i regimi dei liberi professionisti. Consente, e questo è un punto qualificante, di calcolare la pensione con il sistema retributivo o misto, ove la persona abbia raggiunto gli specifici requisiti.

Mondo da gettare. Ebbene, tutto questo mondo di regole, regolette, divieti, oneri finanziari, requisiti speciali, esclusioni, ecc. gettiamolo al mare. Facciamo un’operazione-pulizia.  Stabiliamo che l’iscrizione nel tempo in due o più gestioni pensionistiche non è una cosa brutta da penalizzare. Non costringiamo il lavoratore a iscriversi in due o più gestioni (è la legge che lo impone, mica è una scelta individuale!) e poi gli mettiamo i bastoni tra le ruote se chiede una pensione che tenga conto di tutto il vissuto lavorativo e contributivo.

Novità dal 2016. Il Governo sta studiando il sistema per superare la ricongiunzione onerosa e gettare a mare le altre due forme sopra indicate.  Il tutto dovrebbe vedere la luce con il nuovo anno, grazie alla prossima legge di stabilità 2016. La nuova  totalizzazione (chiamiamola per il momento ancora così) dovrà abbattere ogni barriera e permettere di raggiungere con la somma dei vari spezzoni contributivi la pensione di vecchiaia e quella anticipata.  Sarà proprio così? Ovviamente non può dimenticarsi che le iscrizioni a due diverse gestioni possono avere un peso differente, laddove ad esempio l’onere del versamento ha aliquote percentuali non uniformi. Quindi sembra plausibile confermare il calcolo pro-quota dei vari spezzoni, ognuno basato sulle proprie regole di calcolo, e infine la riunificazione in un tutt’unico.

Sistema duttile. Federmanager è consapevole della estrema delicatezza del problema e proprio per questo spinge per un nuovo sistema pensionistico “duttile” che, oltre a oliare senza impedimenti l’istituto della totalizzazione (o cumulo che dir si voglia), possa concedere la possibilità di portare nel Fondo Inps, in tutto o in parte, gli importi accantonati nei fondi  pensione privati, per dare più peso economico – in linea con i principi fissati dalla Costituzione -  alla parte terminale del percorso lavorativo della persona: alla pensione obbligatoria.

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